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Numero 01/2005

Numero 01/2005 - completo

Editoriale del direttore dott. Luca Degasperi

Affrontando il suo terzo numero, Spazi e Modelli conferma un’intenzionalità conoscitiva ed espositiva – nella trattazione degli argomenti – plurispecialistica ed interconnessa. I “saperi” utili, non li vogliamo definire necessari, si presentano nel campo dell’intervento quotidiano attraverso una ramificazione senza soluzioni di continuità ma caratterizzata, al contrario, da un fluire attraverso prospettive incomplete (quando prese settorialmente) ma integrate quando lette attraverso visioni d’insieme.
Nei Servizi e nelle organizzazioni, siamo portati a sperimentare come il lavoro istituzionale spesso acquisti ricchezza e fluidità di pensiero quando le fatiche o i blocchi (sui trattamenti, sui progetti, sulla presa in carico) si stemperano in dimensioni evolutive, in ipotesi “altre” su un diverso livello di integrazione dei contenuti. In tale chiave di lettura proponiamo quindi il consueto percorso tra contenuti di diversa estrazione e natura.
Apre questo numero una trattazione di Salvatore Capodieci ampia nei contenuti – nonostante i limiti posti in quanto articolo – sul disturbo autistico: il lavoro prende spunto da una situazione clinica descritta, si sviluppa in termini di rassegna storico-culturale nell’approccio all’autismo, prosegue sulla tassonomia diagnostica e sulla fenomenologia comportamentale, per fermarsi poi sugli aspetti trattamentali in età adulta. Una impegnativa carrellata che l’Autore, con rigorosa padronanza degli argomenti, sa articolare permettendo al lettore di muoversi consapevolmente in un panorama altrimenti complesso.
Il secondo articolo proposto riassume, in un’ottica pragmatica ed esperienziale, le linee attuative di un percorso di attivazione di comunità: l’esperienza nasce dal bisogno di affiancare alla nascita di un appartamento semi-protetto per disabili psicofisici una rete efficace di risorse volontaristiche, promuovendo quindi i rapporti interpersonali di aiuto e di attenzione nel micro-territorio identificato nel quartiere in cui si colloca la residenza per due persone disabili. La trattazione di Rigo si sviluppa sulla metodologia e sulle ipotesi operative, riservandosi poi di completare il lavoro quando verranno acquisiti i dati relativi agli obiettivi posti, trattandosi di una descrizione relativa ad un progetto-pilota di semi-protezione attualmente in via di sviluppo.
La sezione Ricerca sviluppa in modo analitico, come dovuto in relazione all’approccio della sezione stessa, la situazione di compromissione legata alla presenza nel bambino di dolore cronico o ricorrente, valutandolo alla luce del contesto familiare come ambiente che “costruisce” potenzialità evolutive; attraverso il riferimento alla teoria ecoculturale viene quindi considerata la presenza della cefalea nel bambino come disturbo della partecipazione, correlandola alle quotidiane dinamiche del funzionamento familiare.
La sezione Formazione si apre con un contributo che affronta un problema dibattuto e controverso, ossia il grado di partecipazione della psichiatria al contesto specifico della disabilità intellettiva: la questione, è noto, non si limita agli aspetti diagnostici o, riduttivamente, a quelli farmacologici, ma si pone nella sua rilevanza culturale, metodologica e trattamentale, fino al livello politico-istituzionale che vede spesso l’inscenarsi di conflitti di competenza tra chi opera nel sociale e chi opera nell’ambito sanitario. La complementarità degli approcci e dei contesti riguarda un superiore livello di integrazione che nasce da una consapevolezza comune “di servizio” alla persona e non da una querelle eziopatogenetica o diagnostica che può solamente smembrare il paziente in diverse aree: aspetti difettuali, acuzie, riscontri neurofisiopatogenetici o psicogeni rischiano di far dimenticare, nel magma nosografico, la dimensione “unica e irripetibile” del soggetto su cui il lavoro di Drigo riporta con forza la nostra attenzione.
Si prosegue con un approfondimento di carattere ambientale, ossia di valutazione della qualità dell’ambiente di vita in comunità alloggio come fattore di promozione di sviluppo psichico: la trattazione di Mila Scrinzi presenta un preciso quadro teorico di riferimento nell’analisi istituzionale, soffermandosi poi, in relazione ad esso, sulla dimensione relazionale possibile in un “campo” in cui si incrociano aspetti dichiarati e consapevoli con altri propri di un livello inconscio che, nella quotidianità, permea le relazioni tra operatori e utenti di significati aggiuntivi.
Nel successivo articolo i modelli della terapia occupazionale vengono affrontati nel lavoro di Bertholon-Ghensi e Cappelletti in termini di presentazione storica e metodologica dell’approccio, descrivendone l’applicabilità alle specifiche situazioni della disabilità psicofisica: le attività proposte, inquadrate in termini coerenti in un modello di intervento, risultano di specifico interesse in funzione dell’arricchimento dell’offerta terapeutica e riabilitativa dei Servizi.
Ancora in chiave metodologica, chiude la Sezione un lavoro che articola con estrema precisione teorica e tecnica il metodo relativo alla pet therapy secondo un approccio sviluppato da Del Negro e descritto dall’Autrice stessa insieme ad un’èquipe (Bolner, Conti, DiNapoli) che ne ha potuto sperimentare efficacia e funzionalità. Si nota nel testo la possibilità, spesso cara a chi opera nelle organizzazioni, di poter coniugare la consapevolezza tecnica con obiettivi relativi alla piena valorizzazione della persona, in cui riconosciamo bisogni “semplici” quali il gioco, la manifestazione degli affetti, la capacità di sorprendersi ed entusiasmarsi, di divertirsi in un benessere accompagnato da operatori qualificati e preparati per riuscire ad applicare la semplicità e l’aspetto “naturale” dell’intervento.
Siamo poi lieti di ospitare, in chiusura, la descrizione di Alessandro Capriccioli di un’esperienza di aggregazione e di auto-organizzazione di un gruppo di fratelli e sorelle di persone disabili. Si colgono, nel tipo di esposizione, l’immediatezza, la spontaneità e le motivazioni che hanno condotto alla realizzazione di un’esperienza particolare e dotata di specificità proprie, riuscendo a portare, nel mondo della disabilità psicofisica, una prospettiva che forse non è ancora emersa a sufficienza. La partecipazione attiva dei fratelli e delle sorelle, il gruppo Siblings, esprime quindi un tipo di investimento che possiede probabilmente un approccio culturale proprio, un registro affettivo ed esperienziale con connotazioni anche differenti da quelle dei genitori e si propone pertanto in maniera distinta.
Invitiamo il gruppo stesso, così come anche altre realtà ad espressione familiare, a mantenere i contatti con la rivista segnalandoci gli eventi e i contenuti che nascono da queste forme spontanee di impegno e partecipazione.
Ringraziando quindi tutti gli Autori che hanno permesso la nascita di questo terzo numero, auguro, come ormai di consuetudine, una buona lettura.